Beviamo Coca- Cola, vestiamo Nike, guardiamo Mtv.E per rompere la monotonia di una domenica uggiosa decidiamo di spendere un pò del nostro tempo all’ interno di quel fantastico Megastore che è Ikea. Più per diletto che per shopping. Sia chiaro.
Dai grandi marchi alla coltivazione delle rose, che ci piaccia o meno, tutto è globalizzazione. E per quanto si possa discutere in materia, essa è un dato di fatto. E’ la realtà in cui viviamo: ne godiamo i benefici e ne subiamo gli inconvenienti.Di certo il termine copre ambiti ampi e diversi. Può far riferimento all’universalizzazione del mercato, all’intercomunicazione istantanea nel pianeta, alla omogeneizzazione di contesti culturali, alla speranza di una nuova oikuméne umana.Ma, ancor prima, se il termine viene analizzato nella sua essenza introduce elementi densi di speranza: l’inclusione,ad esempio, tant’ è che nel mondo-globo c’è posto per tutti, e perfino l’ equità suggerita dall’equidistanza tra tutti i punti della superficie del globo e il suo centro.
I fatti tuttavia smentiscono questo ottimismo, anche se da essa sono nate realtà utili, nonchè una tendenza alla mentalità globalizzante, prima inesistente, assolutamente positiva.Come sempre la verità ed il “giusto” stanno in medias res.Prendiamo ad esempio, la globaizzazione dei mercati finanziari. Essa altro non è che l’intensificazione delle relazioni sociali su scala mondiale che conduce, sul piano economico, ad una rapida integrazione dei mercati finanziari.In primo luogo la liberalizzazione degli scambi ha portato ad un progressivo smantellamento del complesso sistema di barriere doganali.Ma a contribuire al processo di integrazione dei mercati è stata soprattutto la riduzione delle “barriere naturali” al commercio internazionale e la diffusione, a partire dalla seconda metà degli anni ’70, delle nuove tecnologie informatiche e della microelettronica in genere che hannorivoluzionato profondamente le modalità di svolgimento dell’attività produttiva.
Oltre agli effetti ,però, indubbiamente positivi, che i processi di globalizzazione hanno sul benessere complessivo e sulle possibilità di consumo in tutti i paesi, gli economisti hanno cercato di mettere anche in evidenza anche gli aspetti negativi associati alla crescente integrazione dei mercati. E’ stato così rilevato , in primo luogo, che la globalizzazione determina una riduzione della libertà di azione dei singoli stati e dell’efficacia dei tradizionali strumenti della politica macroeconomica. Ciò implica che, in una economia globale, le autorità di un paese, nelle loro scelte di politica monetaria e di bilancio, devono tenere conto delle reazioni dei mercati internazionali. Ma non è tutto. Gli effetti “perversi” della globalizzazione, vengono pagati, infatti, in gran parte dall’ambiente e dai paesi in via di sviluppo;
Il primo punto risulta di facile chiarimento: laddove c’è globalizzione economica, c’è globalizzazione del degrado ambientale dovuto ad uno smisurato sfruttamento delle risorse, ad un enorme consumo di energia e ad una sovrapproduzione di rifiuti e di inquinamento. Ma chi perde nella sfida globale, ancor prima di madre natura, sono i lavoratori dei paesi in via di sviluppo. Sfruttati. Sottopagati dalle multinazionali. Dovendo scegliere tra la fame e la “quasi-fame”, preferiscono la seconda e si accontentano così di pochi dollari al giorno, nella consapevolezza che sfidare la globalizzazione e mettersi in proprio non si può.
Perchè verebbero rapidamente sostituiti da chi è pronto a non pretendere, pur avendone tutte le ragioni; perchè sanno cosa significa outsourcing ed hanno paura.Che fare? Nulla, se prima non vengono definiti e corretti gli obiettivi di chi sta alla guida della “politica globale”. Non può essere il “libero mercato” l’ unica regola.Allo stesso modo la globalizzazione non deve essere considerata “errore” per partito preso. E’ il modo in cui essa si è concretizzata, infatti, ad essere scorretto perchè l’euforia iniziale che da subito l’ ha accompagnata è stata seguita da un totale disinteresse per gli obiettivi ed i metodi di gestione. Il suo utilizzo “ selvaggio” ha impedito di assumere dentro i criteri del commercio internazionale un limite allo sfruttamento delle risorse umane e ambientali. “Regolametazione” è la parola d’ordine, non “palingenesi” del sistema attuale.
Quello che manca, per usare le parole di Joseph Stiglitz, è una “globalizzazione che funziona”.



