Senza Inchiostro

17 gennaio 2010

Dentro e fuori l’Unione Europea.

Filed under: Economia — rorysirianni @ 6:35 PM
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Se non fosse per gli Euro che ancora oggi maneggiamo nostalgici, rimpiangendo la foto del Caravaggio  sulla banconota da cento mila lire, non ci sembrerebbe di vivere in un Paese dell’ Unione Europea. Ed ancor prima non ne vorremmo neanche sentir parlare. Perché, è innegabile, qualcosa nel Change Over del 2002 non ha funzionato. L’ economia reale ne ha risentito. L’ Euro ha influito sulla distribuzione dei redditi, favorendo i lavoratori autonomi più di quelli dipendenti. Ed allora, dopo Prodi,  non rimane  che prendersela coi centesimi.

Al di là del “comun sentire” italiano, però,  in materia di Unione Europea, c’è dell’ altro. E non perché le difficoltà effettive di milioni di famiglie italiane, non contino abbastanza. Ma perché solo una più ampia analisi del fenomeno in questione può permettere di comprendere che se l’ Italia non avesse aderito alla moneta unica avrebbe pagato interessi ben più alti rispetto quelli effettivamente riscontrati.

Per l’ Italia e per tutti i Paesi Europei- questa è la verità- senza Unione Europea, non c’ è   futuro.

Se si guarda alla Germania, alla Francia o all’ Italia come stati singoli, forti di una propria sovranità, e  non inseriti all’ interno del contesto europeo, ci si rende conto che essi, nel loro insieme, coprono solo il 6% del PIL Mondiale.

La situazione si capovolge se gli stessi Stati, si considerano membri dell’ Unione. In questo caso, infatti, i tre sono in grado di ricoprire ben il 19% del PIL Mondiale, superando Stati Uniti e Cina. L’ azione europea vince così sulle strutture decisionali nazionali. Ne consegue, che se l’ Europa vuole imporsi a livello mondiale deve essere in grado di abbattere le antiche barriere protezionistiche di ciascuno Stato- Nazione e pensare “insieme”. Ma non soltanto in ambito economico.

L’ Unione Europea ,infatti, nasce nel 1991, al fine di garantire un processo di integrazione tra gli Stati Membri in grado di riabilitare il dialogo come strumento di convivenza civile. La necessità, dopo  le due guerre mondiali, era quella di riaffermare la piena dignità della persona umana, per seppellire una volta per tutte quei disgraziati pregiudizi razziali di inizio secolo, e per mettere fine ad una guerra civile che in Europa durava da   ben 15 secoli. Punto cardine di questa integrazione, la messa in comune della sovranità da parte di ogni Stato aderente in campi via via sempre più estesi. La CECA, l’ Euratom ed il Mercato Comune sono concretizzazioni di tale principio.

Nel corso degli anni, inoltre,  l’ UE è stata capace di costruire una politica “antitrust”, sull’ esempio del modello americano, ma in realtà di gran lunga superiore, basata su una politica monetaria unica, cui fa capo la BCE, e una politica della concorrenza, affidata alla commissione europea. E poi un accordo globale per contrastare l’ effetto serra e tutelare l’ ambiente.

Il punto è che non ci si  può più affidare all’ incisività limitata di un potere nazionale per la soluzione di problemi, che di nazionale, ormai hanno ben poco. Quando si parla di energia, di clima, di sicurezza si discute di problematiche che investono il mondo nella sua totalità. Non si può considerarli “affare” di un singolo Stato. Mai come in questo caso, “l’ Unione” fa la forza.

Ed anche se vista” da dentro” di essa ricordiamo soltanto l’ aumento dei prezzi, causato dall’ Euro, alla luce di quanto detto, ora che siamo in grado di considerarla  anche “da fuori” dovremmo aver capito, che proprio l’ Euro ci ha salvato dalla recessione degli anni 2000 ed ha limitato la crisi dei mutui americani, perché ha permesso che i mercati valutari restassero illesi.

Neppure Friedman aveva creduto nell’ Euro. Ma è stato costretto a ricredersi. Nessuno avrebbe mai pensato che quella stessa moneta un giorno sarebbe stata capace di difenderci da una bolla finanziaria  e conferirci una stabilità economica senza precedenti. Ma i fatti dicono altro. Per tutte queste ragioni e per un bilancio  più che positivo della strategia  europea degli ultimi anni , sarebbe  necessario ampliare l’ adozione di una politica che vada al di là del confine di ogni singolo Stato e sia in grado di ritrovare fiducia nell’ UE.  Insieme, si può.

12 gennaio 2010

La globalizzazione che funziona.

Filed under: Economia — rorysirianni @ 12:01 AM
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Beviamo Coca- Cola, vestiamo Nike, guardiamo Mtv.E per rompere la monotonia di una domenica uggiosa decidiamo di spendere un pò del nostro tempo all’ interno  di quel fantastico Megastore che è Ikea. Più per diletto che per shopping. Sia chiaro.

 Dai grandi marchi alla coltivazione delle rose, che ci piaccia o meno, tutto è globalizzazione. E per quanto si possa discutere in materia, essa è un dato di fatto. E’ la realtà in cui viviamo: ne  godiamo i benefici e ne subiamo gli inconvenienti.Di certo il termine copre ambiti ampi e diversi. Può far riferimento all’universalizzazione del mercato, all’intercomunicazione istantanea nel pianeta, alla omogeneizzazione di contesti culturali, alla speranza di una nuova oikuméne umana.Ma, ancor prima,  se il termine viene analizzato nella sua essenza introduce elementi densi di speranza: l’inclusione,ad esempio,  tant’ è che nel mondo-globo c’è posto per tutti, e perfino l’ equità suggerita dall’equidistanza tra tutti i punti della superficie del globo e il suo centro.

I fatti tuttavia smentiscono questo ottimismo, anche se da essa sono nate realtà utili, nonchè una tendenza alla mentalità globalizzante, prima inesistente, assolutamente positiva.Come sempre la verità ed il “giusto” stanno in medias res.Prendiamo ad esempio, la globaizzazione dei mercati finanziari. Essa altro non è che l’intensificazione delle relazioni sociali su scala mondiale che conduce, sul piano economico, ad una rapida integrazione dei mercati finanziari.In primo luogo la liberalizzazione degli scambi ha portato ad un progressivo smantellamento del complesso sistema di barriere doganali.Ma a contribuire al processo di integrazione dei mercati è stata soprattutto la riduzione delle “barriere naturali” al commercio internazionale e la diffusione, a partire dalla seconda metà degli anni ’70, delle nuove tecnologie informatiche e della microelettronica in genere che hannorivoluzionato profondamente le modalità di svolgimento dell’attività produttiva.

Oltre agli effetti ,però, indubbiamente positivi, che i processi di globalizzazione hanno sul benessere complessivo e sulle possibilità di consumo in tutti i paesi, gli economisti hanno cercato di mettere anche in evidenza anche gli aspetti negativi associati alla crescente integrazione dei mercati. E’ stato così rilevato , in primo luogo, che la globalizzazione determina una riduzione della libertà di azione dei singoli stati e dell’efficacia dei tradizionali strumenti della politica macroeconomica. Ciò implica che, in una economia globale, le autorità di un paese, nelle loro scelte di politica monetaria e di bilancio, devono tenere conto delle reazioni dei mercati internazionali. Ma non è tutto. Gli effetti “perversi” della globalizzazione, vengono  pagati, infatti,  in gran parte dall’ambiente e dai paesi in via di sviluppo;

Il primo punto risulta di facile chiarimento: laddove c’è globalizzione economica, c’è globalizzazione del degrado ambientale dovuto ad uno smisurato sfruttamento delle risorse,  ad un enorme consumo di energia e ad una sovrapproduzione di rifiuti e di inquinamento. Ma chi perde nella sfida globale, ancor prima di madre natura, sono i lavoratori dei paesi in via di sviluppo. Sfruttati. Sottopagati dalle multinazionali. Dovendo scegliere tra la fame e la “quasi-fame”, preferiscono  la seconda e si accontentano così di pochi dollari al giorno, nella consapevolezza che sfidare la globalizzazione  e mettersi in proprio non si può.

Perchè verebbero rapidamente sostituiti da chi è pronto a non pretendere, pur avendone tutte le ragioni; perchè sanno cosa significa outsourcing ed hanno paura.Che fare? Nulla, se prima non vengono definiti e corretti gli obiettivi di chi sta alla guida della “politica globale”. Non può essere il “libero mercato” l’ unica regola.Allo stesso modo la globalizzazione non deve essere considerata “errore” per partito preso. E’ il modo in cui essa si è concretizzata, infatti,  ad essere scorretto perchè l’euforia iniziale che da subito l’ ha accompagnata è stata seguita  da un totale disinteresse per gli obiettivi ed i metodi di gestione. Il suo utilizzo “ selvaggio” ha impedito di assumere dentro i criteri del commercio internazionale un limite allo sfruttamento delle risorse umane e ambientali. “Regolametazione” è la parola d’ordine, non “palingenesi” del sistema attuale.

 Quello che manca, per usare le parole di Joseph Stiglitz,  è una “globalizzazione che funziona”.

10 gennaio 2010

L’ Estremo Oriente e l’ invisibile mafia.

Filed under: Cultura — rorysirianni @ 2:31 PM
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Neanche Falcone e Borsellino avrebbero voluto essere degli eroi. E di certo il pensiero non ha sfiorato Saviano. Eppure, chiunque cerchi di dire la verità sulla mafia, chiunque abbia compreso che quanto comunemente si sa di essa , altro non è che la punta di un immenso iceberg, nascosto in un mare che si chiama omertà, sembra inevitabilmente esservi destinato. Chissà poi perchè. Non si tratta di una sub – cultura sconosciuta? Nessuno la vede. Nessuno la sente. Nessuno sa. Ma poi per essa si muore.

 Certo sarebbe tutto più semplice. Più easy. Andare alla ricerca di Tony Montana è gioco facile. Abito esageratamente bianco; camicia rossa che lascia intravedere il petto ed una collana di grossolana fattura; fiore all’ occhiello o fazzoletto, poco importa, purchè il pendant sia ineccepibile.Sigaro. Preferibilmente spento. Mitra ben in vista. Di certo il sovraffollamento delle carceri aumenterebbe.

Ma se ad essere ricecati sono gestori di night, commercianti, chef, pizzaioli o ancora pastori ecco che il gioco non è più finzione. Diventa realtà.

Quando parliamo di Camorra, anzi di Sistema, è con una miscela di tradizione contadina e fiuto imprenditoriale che ci scontriamo.Questo sono i Casalesi. Da Casal di Principe, a Casapesenna a San Cipriano d’Aversa, quello che fuori è cinema e delirio, qui è realtà.

Dall’ analisi dettagliata del fenomeno camorrista che Saviano regala all’ interno del suo “Gomorra”, emerge un primo dato importante. Anche le mafie si evolvono. Migliorano. E ormai di italiano hanno solo il nome e il sangue. Il capitale traducibile in milioni e milioni di euro è altrove. Dove? All’ estero e poi nel Nord Italia. A sud restano i cadaveri.

Potere e ricchezza, violenza e controllo capillare costituiscono l’architettura di questo enorme fenomeno dove lecito e illecito non hanno confine, dove principi giuridici, leggi, stato di diritto non esistono. Gli stessi imprenditori che operano nella “legalità” hanno bisogno di manodopera a costo quasi zero procurata dal Sistema e non potrebbero perciò vivere senza di esso. Saviano dimostra così che l’illegale sta alla base di ciò che appare legale. E che la Camorra, come le alte mafie è derivazione degli altri poteri.

 Il libro si apre e si chiude nel segno delle merci e del loro ciclo di vita. Tutto passa dal porto di Napoli, “buco del mappamondo”- scrive Saviano- “da dove esce quello che si produce in Cina, Estremo Oriente”. Senza dimenticare i traffici verso Est, dove i casalesi hanno centinaia e centinaia di ettari di terreno, o ancora, i paesi africani. Il viaggio nell’ impero economico, proposto da Saviano, testimonia come la mafia abbia varcato i confini nazionali ed abbia attecchito laddove lo Stato è più debole della criminalità.Così come avviene in Calabria, Campania, Sicilia, dove la Cosa Pubblica non viene gestita come dovrebbe.Questo il motivo per cui, l’ Estremo Oriente non appare poi più così lontano allo scrittore partenopeo. Allo stesso modo, oggi più ieri,  c’ è chi quell’ invisibile mafia la vede benissimo.

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